Quando i pianisti fanno ooh 3!

Emanuele Sartoris

Uno sguardo del tutto soggettivo ai dischi che più amo

di Emanuele Sartoris

HERBIE HANCOCK Inventions & Dimensions (Liberty Records, 1964)

Herbie Hancock – Piano
Paul Chambers  – Contrabbasso
Willie Bobo – Batteria
Osvaldo”Chiuahau” Martinez – percussioni

 

 

 

 

Per mia grande fortuna, in questa vita molte persone mi hanno suggerito dischi da ascoltare: amici conoscenti ed insegnanti. Uno di questi è stato l’insegnante che più ho stimato ed apprezzato nel mio percorso di studi, Daniele Tione.

Ogni volta che andavo a lezione da lui tornavo a casa non solo con nuove informazioni armoniche, suggerimenti sull’improvvisazione, consigli ed idee per mantenere la mia personalità sullo strumento, ma anche con un sacco di dischi.

Daniele mi prestava ad ogni lezione 5 o 6 dischi, suggerendomi gli ascolti giusti, e spesso lo faceva per farmi capire gli argomenti spiegati, altre volte per sottoporre alle mie orecchie qualcosa di nuovo. Tra i vari prestiti un giorno ho ricevuto proprio “Inventions & Dimensions”, un disco che è rientrato prestissimo tra i miei ascolti prediletti. Un quartetto decisamente inusuale, con una doppia ritmica. Un trio con doppia ritmica? Già, perché insieme alla batteria di Willie Bobo troviamo anche le percussioni di Osvaldo”Chiuahau” Martinez. Il sound ricorda quello di un trio, ma il tappeto ritmico è la base di partenza perfetta per le innovative poliritmie su zone modali di Herbie Hancock.

Per questa puntata non ho resistito:  siccome non vedevo Daniele da tanto ecco che ho pensato essere arrivato il momento perfetto per  interpellarlo in prima persona.

Daniele, io non mi ricordo, forse mi hai fatto ascoltare questo disco per parlare di poliritmi, forse per farmi capire quante idee si possono avere su una griglia cordale semplice, non lo so, tu ricordi perché mi hai prestato questo disco?
Caspita Emanuele, si tratta di vent’anni fa (ride); probabilmente perché all’epoca tu ascoltavi molto Corea e forse volevo proporti una visuale diversa sulla poliritmia. In Hancock c’erano tutti i prodomi delle poliritmie usate ed abusate nel futuro, forse questo era il primo album in cui si suonava così, ed era uno dei primi dischi in trio, come per Paul Bley, senza griglie preimpostate, c’era anche una grande mescolanza con la ritmica latina.

A me capita di consumare letteralmente dei dischi come questo, e di dover smettere per un po’ di ascoltarli per far si che quando, a distanza di anni li riascolto, riesca a ritrovarci una discreta freschezza. Daniele,capita anche a te? Alle volte vorrei non aver mai ascoltato delle pietre miliari per provare la stessa emozione del primo ascolto.
Nonostante questo disco sia straordinario e lo abbia scoltato e riascoltato innumerevoli volte sono veramente anni che non lo ascolto almeno dieci! Io per esempio non ho più ascoltato a lungo Keith Jarrett per non rimanerne troppo influenzato, pensa che alle volte lascio passare anche del tempo nel suonare i brani scritti da  me per ritrovarci una nuova freschezza risuonandoli.

“Succotash” si apre con una definita ed incalzante ritmica di spazzole su sui si intrecciano il basso di Chambers e le percussioni, la tela viene completata dall’idea percussiva di Hancock, non è un tema, ma una vera e propri tessitura. I musicisti sembrano giocare tutto sull’impasto e dichiarare da subito gli intenti, quasi esclusivamente ritmici, del disco. Sei d’accordo?

É anche una traccia particolarmente ipnotica, a livello di idee improvvisative sembra di sentire steve Lacy con i sui solo di soprano: lavora su un’intervallo ritmico a lungo e appena fa una cosa diversa sembra si stia aprendo un mondo ed è fantastico.

“Jack Rabbit” presenta un mood latino, un altro pretesto per Hancock per presentare idee ritmiche e armoniche su una base costante, qui c’è un lungo solo di percussioni, veramente strepitoso, e a mio avviso inusuale per come veniva inteso il trio in quel momento storico, non trovi Daniele?
E poi ne parli con me che ho suonato per anni con Alex Rolle, un percussionista con il quale facevo la settimana enigmistica per capire dov’erano il battere ed il levare; mi manca molto la sua persona,è scomparso troppo presto. Ho sempre molto apprezzato le percussioni.

Il disco si conclude con la traccia che in assoluto preferisco, “A Jump Ahead”. Un brano swing incalzante che propone a fine struttura una sospensione su pedale di contrabbasso veramente strepitoso. Tutti i chorus di solo si concludono così, sembra dilatare il tempo dopo lo swing serrato mantenuto per tutta la composizione. Hancock ad ogni nuovo giro di solo propone una geniale ed innovativa idea diversa, che sia ritmica,che sia melodica. Una traccia straordinaria. Daniele, Qual è la tua traccia preferita del disco?
Succotash a mio avviso è il manifesto del disco, è anche la traccia che ricordo di più a distanza di tempo, in perfetta linea con l’anomalia del disco rispetto a tutto il panorama di trio di quell’epoca; esattamente come Evans al village Vanguard, forse non ha lo stesso peso perché il bassista non è un’innovatore come Scott Lafaro, Inventions & Dimensions è comunque un disco che porta a pensare in modo diverso.

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