Quando i pianisti fanno ooh 5!

Uno sguardo del tutto soggettivo ai dischi che più amo

di Emanuele Sartoris

KEITH JARRETT
The Köln Concert
(ECM, 1975)

Keith Jarrett- Piano

 

 

Questo di Keith Jarrett non è solo uno di primi dischi di Jazz che abbia mai ascoltato, ma di certo anche quello che più ha influenzato il mio modo di suonare e di vedere le cose. Di sicuro figura al secondo posto della mia top 3!

Avevo circa 14 o 15 anni, ancora non mi ero avvicinato al Jazz e ascoltavo quasi esclusivamente il blues: molti chitarristi come John Lee Hooker, B.B. King, Albert King, Eric Clapton e così via.

Iniziando ad approcciarmi agli standard jazzistici conobbi un batterista più anziano che aveva un fratello con una bella discografia. Durante una (rudimentale!) prova, il batterista in questione si presentò con un disco in mano dicendomi: ” Oggi ho ascoltato questo, senti che roba…”.

Una volta rimasto in solitudine ascoltai il disco nel mio piccolo lettore CD, rimanendone sbalordito. Che apertura, che preludio semplice chiaro ed emozionante. Capii da subito che The Köln Concert  aveva qualcosa da raccontarmi, e che avrebbe comunicato con me nel profondo.

L’idea stessa dell’uomo solo a comunicare con il pianoforte, della libertà espressiva (la prima traccia dura 26′ e 15″) mi affascinò a tal punto da farmi pensare che si trattasse esattamente di ciò che avrei volutofare nella vita. Che ambizione!

Da questo disco in poi ho scelto di collezionare per intero la discografia di Jarrett, procurandomi tutti i suoi lavori con tutta la varietà che sanno rappresentare.

Ascoltare Keith Jarrett ti porta a voler pensare come lui, a cercare di imitare il suo essere libero, il suo fraseggio. Ho dovuto smettere per anni di ascoltarlo perché mi ci ero immerso davvero toppo. La cosa che più mi piace è che forse quest’immersione del passato ha lasciato infuso qualcosa nel mio modo di suonare e nelle mie idee di oggi.

Ho riascoltato The Köln Concert qualche mese fa, dopo anni, edè stato emozionante poterne rigodere, come un proustiano Petite Madeleine che porta a riaffiorare i ricordi di un periodo.

Part I: come già detto l’apertura è a dir poco insuperabile, tanto che anni dopo riascoltando questo incipit nella pubblicità di un noto marchio automobilistico non solo pensai “Hei! ma questo è Keith Jarrett, lo conosco”, ma  anche che la forza di queste poche note basta ad essere una vero manifesto alla semplicità e la purezza. La prima traccia cambia di continuo, si sviluppa, a tratti più tosta ed in altri più riflessiva, in altri ancora più ritmica, la si ascolta sempre lasciandosi trasportare; come in una Sonata di Beethoven si ritrovano i temi citati in precedenza ed il loro sviluppo. Ci si chiede se tutto sia spontaneo o se qualche idea sia stata preconfezionata. Le linee rapide e sinuose della mano destra, il suo suono cantabile e legato anche nella rapidità, la varietà di idee armoniche e ritmiche, la semplicità, il senso del jazz dal fraseggio più europeo, i pedali ritmici della sinistra rendono la prima traccia entusiasmante.

Part II a inizia con una ritmica della mano sinistra costante e dal suono bluesy, è sicuramente la traccia più vicina ad un linguaggio jazz blues. Si ritrovano costanza e prodezze fino ad 8′ e 01″ dove si ritrova la quiete e una voglia di riflessione, sembra richiamare alcuni passaggi della prima traccia. Si sente il suono che viene dalla terra, quell’emozione di cui spesso ci parla Jarrett, anche il suono di rilascio del pedale contribuisce al clima surreale di questo momento mistico: la frase viene variata a lungo, davvero un incedere Beethoveniano che si fa sempre più disperato e grave fino alla sua conclusione.

Part II b è più malinconica e a tratti disperata, prosegue verso il  climax armonicamente sempre più interessante con frasi blues e pedali ridondanti che portano ad un contesto quasi meditativo. Termina con cantabili declamazioni melodiche isolate e più rarefatte, e si rimane a bocca aperta senza mai stancarssi delle idee che Jarrett insegue e manifesta.

L’album termina con la Part IIc, che sembra un anticipo del Keith Jarrett del quartetto europeo. Ci ritroviamo davanti ad un brano talmente preciso  e ben congeniato da apparire scritto per intero.

Un album imperdibile, da ascoltare e riascoltare!

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