Quando i pianisti fanno ooh 8!

Sartoris Pianisti Ooh Jamiroquai Famiglia Sberlinfetti

Uno sguardo del tutto soggettivo ai dischi che più amo

di Emanuele Sartoris

Jamiroquai

Synkronized

(Sony,1999)

 

 

INFANZIE ALLA DICKENS

Non ho avuto un’adolescenza facile. Alle medie tutti ascoltavano Gigi D’agostino Gabry Ponte e cose come “ Alla consolle… Mimmo Amerelli!” (che ho scoperto solo recentemente essere stata partorita dalle geniali menti dei conduttori Luca e Paolo). Inutile dire che io ascoltavo tutt’altro, ero già appassionato di blues e ogni volta che sentivo gli Eiffel 65 con “I’m Blue” mi veniva da piangere.

Ad oggi, vista la desolazione della musica pop che ci circonda, forse perfino rimpiango quel periodo.

In quegli anni avevo un amico, Elvio Chilelli, che non comprendendo per quale motivo io non avessi alcuna intenzione di andare in discoteca si sforzava di capire che genere di musica ascoltassi e io rispondevo: il blues; a questo punto lui esclamava: “…Ah ,tu sei uno di quelli che quando parte il basso dei Jamiroquai si scatena…”. Ora, Elvio era ed è ancora un caro amico e ci aveva visto lungo, ma era l’affermazione di un assiduo frequentatore di Dj e discoteche, tanto bastava per tenermi alla larga dal geniale gruppo di Jason Kay.

ALLA SCOPERTA DEL MONDO

Circa sette anni fa un amico mi ha passò il Best dei Jamorioquai, “High Times“; si trattava di Alex Vendemmiati, all’epoca era mio allievo di pianoforte che voleva imparare a suonare “Canned Heat” in piano solo.

Per forza di cose dovetti ascoltare il disco scoprendo un sound accattivante e coinvolgente, ed ora mi ritrovo qui con Dario Scopesi, il contrabbassista dei nostri Night Dreamers, a parlare di “Synkronized”, il disco che preferisco della loro discografia.

Molte volte in viaggio verso Milano mi è capitato di parlare con Dario di questi miei acquisti e lui non ha potuto fare a meno di confessarmi il suo essere affascinato dalla band ed il loro stile.

L’album si apre con “Canned Heat”: da subito il ritmo risuslta coinvolgente e trainante, lo spiccato senso del funk e della disco music rendono il brano perfetto per viaggiare in auto, facendo venire voglia di scatenarsi (per quello che le spacchi tutte, NdR). Ho sempre pensato che Jason Kay brillasse particolarmente su disco e nelle versioni in studio, purtroppo però non l’ho mai visto dal vivo.

Dario, tu che hai visto due loro concerti, cosa pensi dello stile e della voce del frontman di questo gruppo?
Devo essere subito critico e darti una delusione, perché i Jamiroquai dal vivo sono stati sotto le aspettative. Il problema era che partivo con l’idea di andare a vedere uno dei concerti più belli della mia vita e invece sono sempre stati penalizzati dall’impasto sonoro. La prima volta al Pala Alpitour i suoni non brillavano, sicuramente a causa del luogo. Jason Kay canta bene ed è un vero frontman, però non arrivava la botta sonora caratteristica del sound dei dischi. A Barolo invece, dalla centesima fila verso la piazza, il concerto non ha reso loro giustizia: il basso e la batteria sono le due colonne portanti della loro musica e se non escono come si deve non stai ascoltando i Jamiroquai. Il momento migliore del live a Barolo è stato quando durante i bis Jason Kay è uscito con un calice di vino di proporzioni mastodontiche da dietro le quinte.

Nell’ascolto io salto subito alla terza traccia marcatamente funky blues, “Black Capricorn Day”, impossibile non metterla a tutto volume e cantare a squarciagola sul riff di basso insieme a Jay Kay.

Dario, per quale motivo i Jamiroquai hanno caratterizzato i tuoi ascolti giovanili?
Mi è sempre piaciuto il funk, stavo iniziando ad interessarmi al jazz e alla fine la musica degli Jamiroquai ha in embrione entrambe le componenti. Chiaramente suonando il basso rimani affascinato dal ruolo primario che questo strumento ha nella band; in particolare mi è sempre piaciuto il loro primo bassista, Stuart Zender, perché oltre a suonare il funk in maniera straordinaria tratta il basso come uno strumento melodico ed i riff sono cantabili, era super creativo.

LA TAMARRAGGINE IN MUSICA

Apprezzo anche molto “Soul Education”, altra traccia funk e ballabile. L’altro brano che mi fa compagnia durante i viaggi in automobile è “Destitute Illusion” che sia apre con poche parole di Jay Kay, che poi scompare per tutta la traccia rendendola un brano esclusivamente strumentale.

Dario, anche secondo te questa è musica da viaggio?
Nei primi anni in cui sono venuto ad abitare qui a Torino quando nei week end scendevo ad Imperia ed ero sulla statale 28 mi andavo a cercare “Destitute Illusion” e facevo tremare il motore della Panda.

Alla numero sette troviamo “Supersonic”. Dario mi ferma esclamando che questo è il suo pezzo preferito: vai Dario è il tuo momento.
Sì, “Synkronized” è un disco tamarro e “Supersonic” è il pezzo più zarro della tracklist, il nome non mente.

Io in realtà, tolto l’apprezzabile suono del digeridoo, l’ho sempre trovata una cantilena eccessiva, tuttavia la ritmica è comunque coninvolgente e nello stile del disco. A questo punto io mi concentro sempre su “King for a Day, con una sonorità volutamente pomposa e baroccheggiante.

Dario, a riguardo mi avevi raccontato in treno un aneddoto su questa traccia, ti va di ripetermelo?
Sì, pare che più che una dedica sia uno sbeffeggio al precedente bassista, Stuart Zender, allontanatosi dalla band per screzi riguardanti le royalties sui brani, insomma motivi di soldi. Jason Kay gli ha dedicato “Sei re per un giorno,senza di me non sei nessuno…”, e pare che nella traccia infatti non ci sia appositamente nessuna linea di basso.

La jella!

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