Quando i pianisti fanno ooh 9!

Alcuni dischi si adattano particolarmente a delle situazioni, stati d’animo, perfino ad eventi atmosferici: ho sempre ritenuto

Uno sguardo del tutto soggettivo ai dischi che più amo

di Emanuele Sartoris

Bill Evans
You Must Believe in Spring
(Warner,1981)

Bill Evans – Piano
Eddie Gómez – Bass
Eliot Zigmund – Drums

 

Dischi meteropatici

Alcuni dischi si adattano particolarmente a delle situazioni, stati d’animo, perfino ad eventi atmosferici: ho sempre ritenuto questo disco di Bill Evans perfetto per le giornate di pioggia.

“You Must Believe in Spring” è un album ricco di malinconia, armonie minori riflessive e marcatamente melodiche; questo disco di Bill Evans va a completare la Top tre dei miei preferiti, è uno di quelli che non mi stanco mai di ascoltare e riascoltare; ritengo inoltre che questo sia il vero e proprio testamento di Bill Evans, non solo per il personalissimo modo in cui intende e rappresenta il jazz come linguaggio, ma anche per l’innovativo significato che assegna al piano trio nel jazz.

La precisione melodica, la cura nei dettagli e negli arrangiamenti sono lo storico marchio di fabbrica di Bill Evans; ma trovo che in quest’album, con risultati strabilianti e forse inarrivabili, ci sia la sublimazione stessa di questi concetti rendendo il disco, a mio avviso, la punta di diamante della discografia di Evans.

L’album si apre con B minor Walz. Un jazz waltz con un’armonia ed un tema decisamente classicheggianti; il brano inizia, come spesso accade con Evans, in duo con Gómez, si percepisce subito un suono di contrabbasso talmente preciso e netto da sembrare un basso elettrico. Inultile parlare del rapporto che Bill Evans ha instaurato con il contrabbasso fin dal suo incontro con Scott LaFaro; il suo interplay con Eddie Gómez, benchè si tratti di contrabbassisti molto diversi, è davvero straordinario, quasi contrappuntistico. Per tutto il disco la batteria di Zigmund sarà esclusivamente una cornice, ed anche questo aiuta a creare quella sonorità sempre pesata e dolcemente malinconica.

Malinconia

La title track, You Must Believe in Spring, è un capolavoro che porta la firma del, recentemente scomparso, Michel Legrand. E questa è un’altra grandissima caratteristica dell’Evans pianista ed arrangiatore:  il brano sembra talmente ricamato addosso a Evans da apparire come se fosse stato scritto da lui stesso. La traccia mostra un esemplare solo di contrabbasso di Gómez, subito dopo l’esposizione tematica: tutto è calibrato in maniera magistralmente precisa.

Come molti sanno la vita di Bill Evans è stata costellata da tragedie che lo hanno segnato durante tutto il suo percorso su questa terra; tra queste il suicidio del fratello Harry. We Will Meet Again è l’ennesimo brano minore omaggio al compianto fratello. Evans esordisce in piano solo presentando con il suo classico stile rubato il tema, fino all’ingresso della batteria e del contrabbasso, che propone un solo sulla seconda ripetizione tematica, un altro geniale sistema per arrangiare con pochi elementi il brano nuovamente in tre quarti e renderlo fresco: quasi sempre le idee brillanti stanno nelle piccole cose. Il solo di Evans irrompe tuonando sulla ritmica, sempre con poche note ma dal peso di macigni.

The Peacocks rimane ancora nel sound uggioso del disco, ricco di frasi cromatiche super imposte.

Si sente un clima differente su Sometime Ago e lo straordinario Theme From M.A.S.H, una colonna sonora arrangiata da Evans con le stesse abilità messe in campo su You Must Believe in Spring. In questi brani si presenta un clima maggiore meno cupo.

Nel complesso in questo disco è difficile vedere la luce, ma alle volte si sta bene anche dietro la finestra ad osservare la pioggia che scende.

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