Quando i pianisti fanno ooh 11!

Mehldau Elegia Cycle Sartoris Pianisti fanno ooh sberlinfetti

Uno sguardo del tutto soggettivo ai dischi che più amo

di Emanuele Sartoris© 2019 La Famiglia Sberlinfetti

Brad Mehldau
“Elegia Cycle”
(Warner Bros, 1999)

 

 

 

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Com’è mia consuetudine mi siedo dietro alla scrivania per commentare questo disco: lo prendo tra le mani e leggo quand’è uscito. Caspita, “Elegiac Cycle” è un disco del 1999!!! Ho sempre pensato fosse molto più recente, almeno del 2005.

“Elegiac Cycle” mi è stato suggerito da un bassista che frequantavo all’epoca, inizialmente me lo prestò insieme a molti dischi, tra cui i trii storici di Mehldau; non appena sentii questo lavoro decisi di acquistarlo per me e negli anni l’ho consumato a tal punto da pensare che sia anche più importante del suo lavoro in trio.

Il titolo del disco utilizza il termine elegia: il dizionario Treccani ci fornisce questa definizione:

Nella letteratura greca e latina, componimento poetico in distici (esametro + pentametro) detti appunto elegiaci, in origine di argomento e tono vario e poi sempre più improntato a un tono, meditativo e malinconico, di compianto per una condizione d’infelicità di varia origine.

Mai titolo è stato più azzeccato!

L’intero ciclo di brani sembra davvero raccontare gli intimi moti di malinconia dei sentimenti del pianista; la scrittura di Mehldau sembra quasi legata al pianismo romantico colto, in tutto il disco è presente un leitmotiv che si ripropone nelle differenti tracce, esaltando la capacità di Mehldau di sapersi rapportare in maniera sempre fresca con il concetto di variazione tematica.

L’intero disco va colto ed ascoltato nella sua interezza, proprio per la continuità narrativa che conduce l’ascolto in maniera omogenea legando tutti i brani. Tuttavia, per la genialià delle tracce proposte ne segnalo alcune che prediligo.

De gustibus: le mie tracce preferite!

Bard è l’incipit, il tema è semplicissimo e malinconico come il clima di gran parte del disco, quasi un notturno con un cauto andamento di arpeggi relegato alla mano sinistra. Il tema mostra una forte cantabilità, tanto che l’improvvisazione proposta da Mehldau non si discosta mai troppo dalla variazione tematica, sembra quasi non voler rovinare a colpi di pedate la precisione del “giardino inglese” che armonicamente e melodicamente ha realizzato nella composizione.

Resignation mette in luce le abilità ritmiche di Mehldau proponendo un brano in 7/4 che mostra sempre una naturalezza nell’ascolto, quasi non fa pensare alla particolarità ritmica proposta: tutto è naturale in un moto ondoso costante. Come già detto il tema sembra proseguire ed unirsi agli intenti del primo brano.

Lament for Linus rimaneggia ancora una volta il materiale tematico, sembra trattarsi questa volta di una sorta di variazione contrappuntistica. Lo ripeto,  trovo geniale come Mehldau riesca ad ottenere un lavoro strepitoso attraverso questo bellissimo, semplice ed efficace e scarno materiale tematico.

Ed eccoci al mio brano preferito di questo piano solo, Trailer Park Ghost. La sinistra mantiene una ritmica costante e l’armonia più complessa e tesa rispetto al resto del disco rende il brano sensazionale, la parte che ho sempre apprezzato di più è quella del solo, nel brano Mehldau mette per la prima volta in campo nel disco le sue abilità di pianista jazz; il gioco di unione tra destra è sinistra è un esempio inarrivabile di gestione delle due mani e del suono ottenuto, sia ritmicamente che melodicamente.

Goodbye Storyteller è il mio secondo brano preferito, sembra essere una traccia mistica, una ricerca della purezza attraverso la bellezza del tema e delle armonie inanellate. Quando ascolto questo brano sento che tutto sommato le cose nella vita non possono far altro che andare per il verso giusto.

© 2019 La Famiglia Sberlinfetti

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